Cause/effetti

Aquila imperiale orientale: il simbolo della Serbia lotta per la sopravvivenza

La storia di Bora ed Eržika, in Serbia: due esemplari di aquila imperiale orientale il cui habitat è minacciato dalla crisi climatica. Uno dei rapaci più iconici dei Balcani è oggi anche uno tra i più a rischio.

In passato era uno dei predatori più temuti in tutti i Balcani, con i suoi oltre due metri di apertura alare, e forse il più iconico, al punto da essere al centro dello stemma araldico della Serbia.

Oggi però l’aquila imperiale orientale –Aquila Heliaca– è diventata uno dei rapaci più rari del vecchio continente e la sua sopravvivenza viene messa a dura prova anche dalla crisi climatica.

Gli avvelenamenti delle prede, uniti all’uso di pesticidi in agricoltura e all’industrializzazione, hanno contribuito nel secolo scorso a decimarne la popolazione: nel 1994 l’aquila imperiale orientale è stata infatti inserita nella lista rossa IUCN come “vulnerabile”.

Negli ultimi decenni, inoltre, il suo habitat naturale, a causa della deforestazione e del surriscaldamento globale, si è drasticamente ridotto, fino a scomparire del tutto in alcune aree dell’Europa orientale.

 

aquila imperiale orientale

Aquila imperiale orientale (foto di Sumeet Moghe -Wikimedia Commons)

Bora ed Eržika, un caso emblematico

La storia più drammatica -fortunatamente con lieto fine (per ora)- viene proprio dalla Serbia, dove sono rimaste solo due aquile adulte in grado di nidificare, conosciute con i nomi di Bora ed Eržika.

Questa coppia di esemplari di aquila imperiale orientale vive nei pressi del villaggio di Srpski Krstur, in Vojvodina, nel nord della Repubblica serba.

Qui, due anni fa, Bora ed Eržika avevano costruito un nido su un albero, per far crescere alcuni loro piccoli.

La pianta, però, venne abbattuta da una violenta tempesta estiva, una di quelle precipitazioni sempre più intense e devastanti che si ripetono nei Balcani con crescente frequenza, a causa del clima che cambia.

«Per colpa di quel disastro i pulcini, che non avevano ancora imparato a volare, sono rimasti sepolti sotto i rami e i tronchi spezzati -ricorda Dimitrije Radisić, ricercatore nel campo della protezione della biodiversità alla Facoltà di Scienze dell’Università di Novi Sad e volontario della Società serba per la protezione e lo studio degli uccelliFortunatamente alcuni dei “guardiani del nido”, volontari ambientalisti che monitorano 24 ore su 24 la coppia di aquile, sono riusciti a trovarli e salvarli».

Nonostante l’happy ending, però, la vicenda ha una sua chiara “morale” ambientale: «Le conseguenze del climate change possono essere fatali per le specie di uccelli già messe a rischio da altri fattori, proprio come l’Aquila imperiale orientale», spiega Dimitrije.

 

aquila imperiale orientale

Nido di aquila imperiale orientale (foto PannonEagle)

Aquila imperiale orientale, un habitat a rischio

Un tempo, l’aquila imperiale orientale, in Serbia come in altre regioni dei Balcani, nidificava spesso su grandi querce che si trovavano agli ingressi dei centri abitati, dove la gente del posto metteva delle croci a protezione del villaggio.

A causa del loro valore sacrale, tali alberi non venivano abbattuti e le aquile, per questo chiamate “imperiali”, vivevano indisturbate e ammirate.

La modernizzazione e l’ industrializzazione della società hanno portato alla progressiva scomparsa dei vecchi alberi.

In parallelo, un’agricoltura sempre più estensiva ha fatto ridurre anche il numero di roditori presenti, in particolare i souslik europei -una specie della famiglia degli scoiattoli, diffusa nelle steppe, nei pascoli e nei prati della Vojvodina e molto cacciata dalle aquile- dando origine a una carenza di cibo che ha avuto pesanti ripercussioni sul numero di rapaci presenti.

Quindi l’arrivo dei pesticidi (a partire dal temuto Furadan, oggi ufficialmente al bando in Serbia ma purtroppo ancora diffuso in molti ambiti rurali, per carenza di informazione sulla sua pericolosità) e l’avvelenamento da parte dell’uomo delle loro prede, dai piccoli roditori fino a volpi e lupi, hanno ulteriormente contribuito a minacciare seriamente l’esistenza di questo animale.

 

Aquila imperiale orientale con un guardiaparco ungherese (foto di Horváth Márton per PannonEagle)

Un progetto europeo per salvare l’aquila imperiale orientale

Oggi, a tutela di Bora ed Eržika così come degli altri esemplari di aquila imperiale orientale rimasti, è partito un progetto europeo, denominato PannonEagle Life, cui partecipano partner da Serbia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Austria, tra cui anche la Società serba per la protezione e lo studio degli uccelli di cui Dimitri fa parte.

Tra i promotori c’è anche l’Istituto per la conservazione della natura della Provincia della Vojvodina.
«L’obiettivo primario è creare le condizioni per l’aumento della popolazione di aquile imperiali in Serbia -illustra Marko Tucakov, che fa parte del Dipartimento per la conservazione delle specie e degli habitat dell’Istituto- Dipendenti e volontari monitorano la stagione riproduttiva dei rapaci, che va da aprile a luglio, cercando di eliminare tutti gli impatti antropogenici sugli uccelli: evitare che qualcuno possa abbattere un albero, proteggere dagli incendi o da altre minacce durante il periodo di incubazione. O salvare i piccoli in caso di forti precipitazioni, come avvenuto in passato».

Il progetto mira anche a sensibilizzare l’opinione pubblica, a partire dagli agricoltori serbi, sul corretto uso dei pesticidi e prevede l’addestramento di unità cinofile specializzate per aiutare la polizia locale a indagare sui casi di avvelenamento.

Il programma di monitoraggio quotidiano e di prevenzione dei disturbi intorno al nido, dopo l’eroico salvataggio dei pulcini, ha intanto dato altri frutti: negli ultimi due anni, infatti, sono state portate a schiusa due ulteriori nidiate.

 

Un pulcino di aquila imperiale orientale (foto di Horváth Márton per PannonEagle)

Nada: la nuova nata che dà speranza per il futuro

L’ultima aquila imperiale europea nata da Bora ed Eržika è stata chiamata Nada (Speranza, in serbo), dopo una consultazione pubblica.
«Il nome si adatta perfettamente ad ogni nuova aquila e rappresenta la speranza, per noi, di avere nuove coppie nella zona e mantenere le aquile imperiali nella lista degli uccelli nidificanti nel nostro Paese», spiega Milica Miskovic di BirdLife Serbia.

Al di là della Serbia, in tutta la regione biogeografica pannonica vi sono attualmente circa 220 coppie di questo rapace: una piccola popolazione, ancora molto vulnerabile, ma non più a rischio estinzione.

Sempre che l’emergenza climatica non aumenti ancora la pressione su queste specie animali.
Come sottolinea ancora Dimitrije, infatti, «non siamo isolati dalle influenze provenienti dal resto del mondo, perché gli uccelli, come la natura, non conoscono confini».

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